Clima cromatico e sinestesia

di Massimo Caiazzo

Il crescente interesse per l’argomento colore, può considerarsi la diretta conseguenza del lungo periodo di “negazione del colore” che ha dominato la nostra recente cultura. Oggi se ne sta riscoprendo la necessità, non solo sul piano estetico e le ultime tendenze dell’architettura, della moda e del design lo confermano.
Più semplicemente, è facile osservare come negli ultimi venti anni, molti di noi abbiano abitato case completamente bianche, vestendosi quasi esclusivamente di nero, vivendo in contesti urbani sempre più grigi. Infatti, a partire dagli anni novanta, in occidente, si diffonde un fenomeno di costume legato all’utilizzo totalizzante del bianco, del nero e del grigio, si afferma cioè quella che possiamo definire “cultura acromatica”. L’ampia portata di questo fenomeno è riconducibile soprattutto ai vantaggi immediati offerti da soluzioni che, precludendo ogni possibilità di scelta, fanno risparmiare tempo e non richiedono particolari competenze da parte degli addetti ai lavori. L’erronea applicazione dei colori acromatici, diventando un fenomeno di massa, ha letteralmente disabituato le persone a vivere il colore, con effetti spersonalizzanti se non diseducativi. Altrettanto preoccupanti sono le conseguenze della reazione a questo stato di cose. Una “voglia di colore” che se non supportata una adeguata “cultura del colore” risulta spontaneista e spesso addirittura dannosa.
Il ruolo progettuale del Color Consultant
Il consulente del colore è la figura professionale che progetta il colore, in grado di avvalersi correttamente delle sue infinite qualità espressive, delle innumerevoli sfumature dei colori visibili in natura, nell’ambiente costruito e nel mondo virtuale.
Il colore è allo stesso tempo arte, luce e percezione. Un potente impulso in grado di provocare reazioni a catena nelle sensazioni e gli stati d’animo, di sollecitare pensieri nuovi. Il colore è meraviglia e trasformazione, ma anche illusione, perché è impossibile coglierne l’essenza. Nell’esperienza del colore, tutte le informazioni confluiscono in una percezione unitaria dove conoscenza e istinto si fondono.
L’approccio al colore è un fenomeno del tutto naturale e al tempo stesso estremamente complesso, non ancora del tutto svelato neppure in ambito scientifico. I meccanismi che ne regolano la percezione, da un lato, seguono criteri oggettivi, derivanti dalla cultura di appartenenza (il rosso viene riconosciuto da tutti come rosso) dall’altro sono assolutamente soggettivi, strettamente legati al vissuto di ognuno (il mio rosso, il ricordo di una mela mangiata da bambino). Proprio grazie a questa spiccata soggettività, il colore trova nell’arte la sua più alta rappresentazione, l’unica capace di svelare l’inspiegabile processo di sublimazione che lo rende rito, memoria, simbolo, emozione. Con la sua impareggiabile capacità di raccontare ogni aspetto della vita è un prezioso strumento per rappresentare, attraverso l’arte, la condizione umana.
Il termine clima cromatico sintetizza quanto il colore possa influenzare la nostra percezione dei volumi, della temperatura e del tempo trascorso in un ambiente. Nell’esperienza del colore, tutte le informazioni confluiscono in una percezione unitaria nella quale conoscenza e istinto si fondono. La percezione del colore non è limitata alla vista ma investe anche gli altri sensi: udito, tatto, gusto, olfatto. Il colore va quindi considerato come “sinestesia”, letteralmente, percezione simultanea di diverse impressioni, conseguente alla stimolazione di un solo organo sensoriale. L’uso cosciente del colore e della luce crea il clima cromatico ottimale, indice di qualità della vita ed espressione d’armonia poiché garantisce un rapporto sempre bilanciato tra contenuto e forma. Colore e luce supportano le attività che si svolgono sia nello spazio esterno che all’interno di ciascun ambiente, evidenziando immediatamente la collocazione e la funzione di ciascun elemento. In condizioni di luce ottimali il colore agevola la percezione dello spazio supportando il nostro senso dell’orientamento. La luminosità degli ambienti è fondamentale per un uso armonioso del colore: un favorevole rapporto tra la luce naturale e artificiale garantisce un “clima cromatico ideale”.
Per ottenere spazi luminosi e rilassanti è necessario bilanciare accuratamente  toni caldi e freddi applicando i principi fondamentali della teoria del colore (rapporti di complementarietà, contrasto simultaneo, variazioni della saturazione etc.). La rifrazione della luce è direttamente proporzionale al grado di opacità o lucidità delle superfici: la scelta dei materiali e della loro finitura è determinante per calibrare il contrasto di superficie che, interagendo con la sorgente luminosa (naturale e artificiale) esalta i diversi gradi di matericità del colore. Calibrando adeguatamente colore e luce sarà possibile creare l’atmosfera più adatta ad ogni momento della giornata.
Negli ultimi due secoli c’è stata una trasformazione radicale del nostro habitat cromatico. Anche l’idea di buio si è evoluta: il tramonto introduce alla luminosità artificiale e non più al nero della notte. Nel contesto urbano i colori della natura sono stati sostituiti dal cemento e dalla gamma dei metallizzati delle automobili. L’eccessiva rapidità che ha caratterizzato questo passaggio ha provocato una serie di sfavorevoli ripercussioni sull’ambiente. L’inquinamento che affligge le città, non è solo atmosferico o acustico, ma è anche inquinamento visivo, diretta conseguenza della crescita disordinata del paesaggio urbano che ha reso sempre più agghiacciante l’impatto estetico e cromatico dell’ambiente costruito.
Le cause di questo fenomeno negativo sono molteplici. Ma alla base c’è senz’altro la diffusa superficialità di numerosi addetti ai lavori che, privi dell’adeguata formazione, non sono in grado di gestire efficacemente i delicati rapporti tra luce, colore e volumi. Ne consegue un approccio progettuale spontaneista e del tutto sprovvisto di consapevolezza, che si affida esclusivamente alle opinabili valenze decorative e ornamentali dei cromatismi e delle forme.
Questo squilibrio, nella maggioranza dei casi, innesca il fenomeno percettivo delle immagini residue: una sorta d’invasione di “scorie visive” che si verifica quando i colori e le forme s’imprimono sulla retina dell’osservatore con tempi più lunghi rispetto quelli normalmente necessari alla visualizzazione di un’immagine. In uno spazio, l’eccesso o la carenza stimoli visivi contribuisce alla dispersione delle energie vitali di coloro che sono costretti a vivere situazioni iperstimolanti e quindi stressanti o ancor peggio ipostimolanti e quindi deprimenti che pregiudicano il benessere e l’utilizzo equilibrato delle capacità umane.
Il paesaggio urbano va “inondando” – continuamente e subliminarmente – i propri abitanti di sensazioni visive e cromatiche. Questi ineludibili stimoli sensoriali si coniugano con gli stati emotivi dell’ osservatore (spesso inconsapevole), finendo per condizionarne l’umore, la motivazione, la psiche. I colori suscitano emozioni, reazioni inconsce, assumono significati (soggettivi e collettivi) e concorrono, da ultimo, a configurare un autentico “meta-paesaggio emozionale.
La città non è solo un insieme di architetture, anzi è un luogo di corpi in movimento, di persone, di veicoli che vi sostano o la percorrono quotidianamente. Nella sua totalità, la città va quindi intesa anche come tavolozza cromatica che si presenta incessantemente allo sguardo dei propri abitanti: uno spettacolo fin troppo spesso mal orchestrato, che finisce col ripercuotersi indubitabilmente sulla psiche urbana collettiva, con innegabili conseguenze psicofisiologiche per l’individuo.
L’erronea applicazione alle architetture di colori neutri e desaturati ha avuto senz’altro effetti spersonalizzanti, ma ancor più preoccupanti sono le conseguenze della reazione a questo stato di cose. Una “voglia di colore” non supportata da conoscenze adeguate che risulta spontaneista e spesso addirittura dannosa. L’ampia portata di questo fenomeno è riconducibile soprattutto ai vantaggi immediati offerti da soluzioni che, precludendo ogni possibilità di scelta, fanno risparmiare tempo e non richiedono particolari competenze da parte degli addetti ai lavori.
Lo sviluppo tecnologico ha profondamente influenzato la nostra cultura, sollecitando nuovi approcci al colore.
A seguito della vertiginosa evoluzione dei cromatismi artificiali, si sta affermando un nuovo senso del colore e quindi una sua nuova percezione. La scienza ha dimostrato che l’occhio umano non distingue più di duecento colori, eppure il mondo del virtuale ci mette a disposizione oltre due milioni di toni. Con nuove tecnologie produttive si creano vernici cangianti prive di ogni riferimento ai colori presenti in natura. Si producono pigmenti in grado d’emettere riflessi di tinte diverse che cambiano in base alla potenza della luce da cui sono investiti. Gli stimoli cromatici sintetici sono aumentati in modo esponenziale: viviamo nell’epoca dell’artificio che ci offre possibilità prima inimmaginabili.
Il colore costituisce una risorsa insostituibile per la valorizzazione e il recupero del territorio, perché non produce solo associazioni di stati d’animo e di impressioni sia soggettive che oggettive, ma influenza anche la nostra idea di volume, di peso, tempo e rumore.
Le città italiane possono ancora contare su una ricchezza cromatica geograficamente molto connotata. I colori dei centri storici sono l’espressione in termini estetici di una cultura antichissima fatta di Identità e differenze che hanno reso il nostro paese  davvero impareggiabile, almeno sul piano estetico. Purtroppo questo inestimabile patrimonio, non solo non viene adeguatamente valorizzato, ma risulta continuamente svilito dalle assurde monocromie che dominano le periferie.
Per esempio, nonostante Milano sia riconosciuta come città eccellente nelle arti applicate, è sentita dai suoi abitanti come grigia, priva di appeal cromatico. Paradossalmente a Milano moda e design, non fanno paesaggio: nel contesto urbano non si stabiliscono cioè rapporti estetici tra persone e ambiente costruito ma si crea un’atmosfera indefinita, neutra. Il meta-paesaggio milanese, ingrigito per troppi mesi all’anno dalla meteorologia è stato inoltre privato dell’acqua (con l’interramento dei Navigli), un elemento fondamentale per creare contesti cromatici armonici. All’opposto Venezia, è una delle città più ricche di colore che esistano al mondo, in cui qualsiasi elemento esterno si integra facilmente con lo scenario cromatico.
È una nuova frontiera della ricerca quella che si va aprendo ora alla conoscenza umana: verso un più esteso, olistico concetto di “igiene” abitativa. Una rinnovata consapevolezza del “fare paesaggio” nel rispetto della sensibilità umana, della sua unicità e “diversità”, (di contro a periodi più oscuri, di “regime”, dove, anche a livello urbanistico ed edilizio, ha prevalso la legge del livellamento collettivo, dell’ideologico azzeramento della specificità individuale). Ma la conoscenza comporta responsabilità: la “tavolozza cromatica urbana” è una presenza costante che oltre a connotare lo scenario architettonico, contribuirà al generarsi di una temperie emotiva (armonica o disarmonica, foriera di sintonia o di distonia) in tutti quei cittadini che per necessità o per scelta, vivendola, si troveranno ad averla costantemente “sotto gli occhi”.